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Differenze

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“La mia anima mi ha parlato fratello, e mi ha illuminato.

E spesso, anche a te, l’anima parla e ti illumina.

Tu, infatti, sei come me e non c’è differenza tra noi se non questa :

io esprimo ciò che ho dentro di me in parole che ho udito nel mio silenzio,

mentre tu custodisci, tacito, ciò che è dentro di te.

Ma la tua silenziosa custodia ha lo stesso valore del mio tanto parlare.” (cit. Gibram)

 

greca

 

maniNon so se capita anche a voi, ma accade che ci siano attimi in cui scopri (in questo caso grazie ad altri) che alcune parole, frasi o poemi calzino perfettamente su stati d’animo, momenti di vita quotidiana o su modi di pensare comuni che purtroppo si rivelano, a volte, superficiali.

Vivo questa scoperta come l’illuminare  un qualcosa che è sempre stato lì, a guardarmi, a implorarmi di leggerlo, ma soprattutto di farlo leggere! con la speranza della traduzione di certi comportamenti e (l’utopia) della trasmutazione di un “difetto” (o mancanza) in una “risorsa” o una “caratteristica”.

 

Evidente che in queste mirate parole di Gibran si parli di un soggetto reale, di un essere vivente, di un uomo/donna o di un ragazzo/a.

Se dovessi pennellare queste riflessioni su un “uomo”, sicuramente… sarei io, perlomeno sulla parte del “silente” : taciturno, ascoltatore a volte particolarmente stronzetto, ma leale e su cui la mia compagna e i miei cari possono affidare i loro segreti, le loro paure, le loro gioie, i loro dubbi e anche i loro pianti.

D’altro canto la “donna” è sicuramente lei, l’essenza della mia anima, la mia dolcissima tre quarti.. e il suo “tanto parlare” mai mi è stato  “stretto” anzi … tutt’altro.

Se il pennello, poi, si spostasse sul “ragazzo”  potrei ritrovare quelle setole ad imbrattare di colore una parte dei miei figli. Il grande che segue le orme del padre (in questo caso) e il mediano che si ritrova accessoriato (suo malgrado) delle conseguenze della distrazione umana, della incoscienza del fato.

Ed è’ proprio qui che cade la tristezza miscelata alla rabbia.

E’ la tristezza dell’uniformismo del pensiero che persiste in quella parte del mondo accellerata e distratta  in cui, la realtà, è divenuta troppo virtuale esiliando, così, la parte fatta di sguardi profondi.

E’ quella parte di mondo in cui la bellezza della comunicazione si è trasferita su whatsup e la bramosia del leggere un messaggio ha soppiantato il dinamismo dell’insieme … del “vis a vis”.

E’ anche lo stesso mondo dove il “se non parli” (perchè oggettivamente non puoi e non potrai mai farlo) è “il non pensi” o, se ti va bene, è il  “ho dei seri dubbi”.

La rabbia si limita alla mia incapacità di trasmettere quello che mi appartiene, che è limpido nel mio cuore e nella mia anima, che non è offuscato da dubbio o credo  (o non credo) , ma che è così palesemente puro e vero nella sua semplicità di essere, nel suo modo di rapportarsi, nel suo modo di comunicare.

Si dotto Gibran, hai visto oltre, hai visto lontano, hai visto me… e non solo me.

 

 

P.s. messagio in codice : Grazie “Mariuccia”

 

 

 

 

 

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Numero uno

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Un lustro (e moneta) di lustri di anni fa leggevo Alan Ford  (lo so potevo scrivere più eplicitamente quanti anni fa, ma questo sotterfugio matematico mi permette la parvenza di non essere considerato troppo “datato”).

Alan Ford era un fumetto creato da Max Bunker che riscosse un notevole successo tra le file della mia generazione : Alan Ford bello e sfigato, il Conte Oliver accademico e pasticcione, Geremia Lettiga sempre ammalato e poco efficiente , Bob Rock investigatore poco capace, Cariatide come direttore lavori e poi c’era lui : il Numero uno.

Mi piaceva e ne ero attratto, sebbene non ne capissi il motivo.. almeno nell’immediato!

Lo capii in seguito, nei tempi moderni, associando quel simpatico (a volte despota) vecchietto al piccolo principe ( Antoine de Saint-Exupéry perdonerà la licenza poetica).
Avevamo tutto!
Sedia rotelle (quella del vecchietto era in legno,alquanto instabile ,ma sicuramente meno onerosa della nostra) ; dispotismo quel che basta per rendere schiavi ed inoltre usava la tromba per ascoltare gli interlocutori.

Era una tromba in corno, probabilmente di origine bovina, ma l’aiutava nel sentire visto che, apparentemente, aveva qualche difficoltà nell’udito

La correlazione? Semplice!
Anche il piccolo principe aveva lo stesso difetto ma , al contario del personaggio disegnato, il difetto si spingeva oltre ogni limite. Nel breve : ci sentiva una cippa!

Cos’è una cippa? Bhe’! Da queste parti sta a significare quel che si definirebbe anche con “una mazza”… oppure ,molto più coloritamente, un “benemerito c…o”… insomma niente! zero! The sound of silence.

E difatti, il piccolo fu diagnosticato con : funzionalmente (ancora!!!!) ..sordo!

Probabilmente anche i terapisti che seguirono il piccolo agli esordi della riabilitazione domestica leggevano Alan Ford e decisero che, forse, si poteva usare non il corno di origine bovina, ma bensì una tromba di simili fattezze (o utilità).
Non era certo un aggeggino ipertecnologico e dotato di software all’avanguardia con microcircuiti amplificanti e, nonostante fossimo alquanto dubbiosi, ci fornirono una tromba si!..ma da stadio!

Dovevamo usare la tromba durante svariati momenti della giornata…così all’improvviso senza avvisare nessuno (volontarie comprese) e senza far capire al piccolo le nostre intenzioni : dovevamo coglierlo di sorpresa.

La sorpresa però all’inizio ce la fece lui, al suono della tromba !

Nessuna reazione, nessun movimento, nessun pianto : niente di niente insomma!

Le reazioni delle volontarie, al contrario, furono le più disparate: c’era chi sussultava, chi gridava, chi imprecava e così via….la mia? Soffrivo! Si, soffrivo molto nel constatare che, per il piccolo, ad un suono così forte non corrispondesse alcuna reazione.

“Ecco un altra differenza, un’altra lacuna da colmare, un’altra lacrima da asciugare….”.

Un giorno, che ricordo ancora con immensa gioia, mentre faceva uno spuntino di mattina, mia cognata, che si divertiva un cifro ad usare la tromba, la azionò : miracolo!!! e miracolo fu nel vero senso della parola: il piccolo pianse a dirotto….e noi? Scoppiammo a piangere di pura gioia. Da quel giorno ogni volta che si usava la tromba c’era una reazione da parte sua e fu così che l’esercizio venne sospeso con mia grande approvazione….si perchè il suono della tromba non è tra i più celestiali…anzi!

Da quel momento inizio’ il periodo “adesso ci sento!”.. infatti…

…. alcuni suoni divertivano molto il pargolo come ad esempio il rumore del decespugliatore oppure suonare la batteria con i fratelloni scatenava in lui una risata con tanto di sonoro….altri suoni invece lo infastidivano fino a fargli partire qualche “crisi”:

Attualmente ha ancora bisogno di un trattamento uditivo che, ad ogni visita, viene riproposto ma che immancabilmente non viene eseguito…vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perchè deve essere svolto in silenzio e, credi a me, in casa nostra la parola silenzio è quasi del tutto sconosciuta!

Usiamo piccoli accorgimenti che evitano al sedicenne di essere colto di sorpresa.

Ad esempio quando viene caricato in macchina e bisogna chiudere la portiera lo si avvisa:” Guarda che adesso chiudo la portiera” in questo modo lui si prepara e tutto fila liscio…diversamente, se non fosse avvisato,  gli partirebbe ” la crisi“.

Credo che possa sembrare un sistema abbastanza complesso ma fidati se ti dico che per noi fa parte della normalità, di una routine….d’altronde la vita non è un eterno compromesso?